Ma lo stretching serve veramente???

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Ma lo stretching serve veramente???

Il Dott. Elia Virga ci spiega, all’interno di questo suo lavoro sviluppato in collaborazione con la scuola di osteopatia SIOTEMA, come lo stretching non sia assolutamente la miglior strategia per migliorare il ROM, ma risulti una scelta di secondo piano rispetto al lavoro con tecniche di osteopatia o alla mobilità articolare secondo i dettami HMO. Riportiamo qui in seguito brevi estratti del lavoro ed un link (a fine pagina) per scaricare la tesi completa.

Introduzione

Si è utilizzato ai fini della oggettivazione statistica il test di flessione anteriore in ortostatismo. Si è valutata la differenza tra due misurazioni per analizzare l’impatto delle singole metodiche sulla flessione.

L’approccio analitico scelto è stato così postulato:

  • Lo stretching ha interessato i muscoli posteriori della coscia, quadrato dei lombi e posteriori della gamba
  • La mobilità ha preso in esame i distretti della caviglia, della mandibola e del rachide cervicale
  • L’osteopatia ha visto praticare: una tecnica strutturale (tramite una manipolazione ad alta velocità e bassa ampiezza della dodicesima vertebra toracica), una fasciale (tramite la manipolazione del muscolo diaframma) ed una cranio-sacrale (mediante la manovra Wagon Tongue).

Sono stati presi in esame tre diversi gruppi di studio composti da cinquanta individui di età compresa tra i 18 e i 50 anni

Per applicare un test univoco, ripetibile e rigoroso, sono stati definiti degli standard.
Le rilevazioni sono state filmate da una telecamera posizionata a 60 centimetri dal terreno, due corde sono state calate a piombo dal soffitto (per prevenire errori di misura legati alla prospettiva). Ogni persona è stata posizionata perpendicolarmente alla videocamera ad una distanza di 210 centimetri, di fronte ai due fili, al di sopra di una superficie piana di 25 cm. Un metro rigido è stato applicato sull’altezza della superficie d’appoggio dei candidati per poter quantificare la flessione. L’operatore, tramite l’ausilio di una cartellina rigida posizionata a contatto con le dita più lunghe delle mani, ha effettuato una prima misurazione, dopo aver richiesto ad ogni candidato tre flessioni anteriori a gambe completamente estese mantenute per tre secondi ciascuna. Questa scelta è stata fatta a fronte di test pilota compiuti in precedenza.

Non appena concluse le manovre, i candidati sono stati riportati al di sopra della superficie di 25 centimetri ed è stata richiesta una seconda flessione, immediatamente misurata. (come da Fig.3 – Fig.4)

test flessione schema sintetico tesi Virga

I movimenti dello stretching

Sono stati scelti tre esercizi specifici riguardanti tecniche di stretching muscolare analitico. L’obiettivo di tali tecniche è quello di informare le fibre muscolari e di conseguenza, il sistema nervoso. I distretti analizzati, sono considerati i punti del corpo che maggiormente influenzano il test di flessione in ortostatismo. Esercizio 1) Flessione del busto in vanti a gambe unite e tese da seduto. Funzione dell’esercizio: stimolare e informare le fibre muscolari che compongono tutti i muscoli flessori degli arti inferiori (muscoli soleo, gastrocnemio, bicipite femorale, semimembranoso e semitendinoso); in ottica globale è un allungamento di tutta la catena cinetica posteriore. Modalità e tempi di svolgimento: soggetto seduto a terra e mantenendo le gambe tese e unite, si chiede di portare le mani in avanti fino a mettere in tensione tutta la catena muscolare posteriore per poter mantenere, ed eventualmente guadagnare, gradi di flessione per 60 secondi. (Fig. 5)

fig 5 Virga

Esercizio 2) Allungamento quadrato dei lombi Funzione dell’esercizio: stimolare e informare le fibre che compongo il muscolo quadrato dei lombi . Modalità e tempi di svolgimento: il soggetto seduto a terra con le gambe distese, porta un piede lateralmente al ginocchio contro-laterale, appoggia a terra la mano omolaterale al piede, spostato posteriormente dietro alla schiena, e preme lateralmente al ginocchio con il gomito controlaterale; mantiene la posizione ottenuta per 60 secondi e ripete tutto dal lato opposto (Fig 6).

fig 6 Virga

Esercizio 3) Detensione e allungamento del muscolo gluteo Funzione dell’esercizio: stimolo ed informazione alle fibre muscolari dei muscoli glutei. Modalità e tempi di svolgimento: soggetto sdraiato a terra, piega le gambe appoggiando i piedi vicino al bacino, porta l’esterno di un piede in appoggio sul quadricipite vicino al ginocchio, creando così una abduzione ed una extrarotazione dell’anca; porta le mani posteriormente al cavo popliteo della gamba in appoggio a terra ed esegue una trazione del ginocchio verso il petto. La posizione e la trazione sono mantenute per 60 secondi per ogni gamba. (Fig.7)

fig 7 Virga

Lo stimolo di tutte queste componenti muscolari è stato ritenuto utile, in funzione del miglioramento quantitativo del test di flessione in ortostatismo. Mobilizzando globalmente la catena cinetica posteriore (esercizio 1) il candidato, tramite il vincolo del terreno, ha tentato di migliorare la condizione iniziale globale. Stimolando il quadrato dei lombi (esercizio 2) i soggetti hanno lavorato sugli incrementi dei gradi di mobilità multidirezionali. Grazie alla disposizione anatomica tridimensionale delle fibre del quadrato dei lombi, si permette agli individui di aumentare il movimento di flessione lavorando sulla “cintura” lombare del corpo, la quale, se in una condizione di restrizione di mobilità, può limitare molto il movimento del test. Stimolando invece le fibre dei muscoli glutei (esercizio 3) si tenta di migliorare lo svincolo dell’osso sacro in relazione al bacino e dell’articolazione coxofemorale.

Tecniche di mobilità articolare

Si è ritenuto opportuno scegliere tre esercizi che coinvolgessero strutture molto rappresentate a livello homuncolare in modo da ottenere una risposta sensibile e che quindi potessero agire sulle strutture fasciali interessate dal test selezionato [secondo le logiche del sistema HMO n.d.r.]

  • Toe pull destro: è stato richiesto al soggetto di posizionarsi in stazione eretta, monopodalica sinistra, appoggiato con le mani al muro (per ridurre la difficoltà nel dover mantenere l’equilibrio) riducendo il coinvolgimento vestibolare. Si è richiesto di estendere il piede destro poggiandone il dorso a terra e mantenendo gli arti inferiori in leggera flessione (per rendere più confortevole la posizione e limitare i compensi lombari). Il piede è stato posizionato su un tappetino per limitare il discomfort che può creare la pressione delle articolazioni del tarso sul pavimento. Sono state eseguite 5 flessoestensioni dell’arto in appoggio; questi gesti si tradurranno in una mobilizzazione della caviglia dell’arto controlaterale (destro). La mobilizzazione non richiede di esercitare particolare forza ma semplicemente di percepire movimento fine sull’articolazione tibio-tarsica. Un’attenzione specifica è stata posta sul mantenere un allineamento sagittale del piede, onde evitare tilt laterali che coinvolgerebbero altri recettori. (Fig.8)fig 8 Virga
  • Glide sagittale del capo: è stato posizionato il soggetto in statica eretta, questo ha eseguito uno scivolamento anteroposteriore del capo per 15 volte mantenendo la struttura su un binario di movimento lineare parallelo al pavimento. Lo scopo di questa pratica è la percezione di movimento fine a carico della zona cervicale, la quale stimolerà i recettori posturali disattivando quindi la catena posteriore. (Fig.9)

fig 9 Virga

  • Detensione del massetere: si è richiesto al soggetto di mantenere la bocca spalancata per 20 secondi ponendo attenzione principalmente al mento che dovrà avvicinarsi allo sterno in modo da evitare movimenti compensatori del capo. (Fig.10)

fig 10 Virga

Tecniche osteopatiche

Le tecniche osteopatiche proposte sono la manipolazione della dodicesima vertebra toracica, manipolazione del diaframma e la tecnica Wagon Tongue. La dodicesima vertebra dorsale è stata scelta perché interpretata come snodo centrale strutturale delle catene crociate, molto utili nella dinamica di deambulazione del soggetto. Questa vertebra è caratterizzata dalla mancanza delle faccette articolari costali sui processi trasversi e dalla presenza di una faccetta unica sui lati del corpo vertebrale, ricordando le caratteristiche delle vertebre lombari. Se si immaginasse di inscrivere il corpo all’interno di una losanga (Fig.13) con vertice superiore su vertex, vertice inferiore al centro della base dei piedi, vertici laterali i gomiti del soggetto, tracciando le rispettive diagonali, si noterebbe come l’intersezione delle suddette corrisponderebbe alla dodicesima vertebra dorsale.

fig 13 Virga

E’stato scelto come trattamento di questa zona l’approccio strutturale mediante una tecnica ad alta velocità e bassa ampiezza (AVBA), per dare un’informazione al sistema nervoso stimolando tutte le strutture connesse prese prima in considerazione.

La seconda tecnica utilizzata nell’approccio osteopatico riguarda una manipolazione a livello fasciale del diaframma.

È stata scelta una tecnica sui tessuti molli in cui l’operatore posiziona le mani a contatto con la superficie inferiore del diaframma al di sotto della rampa costale. L’operatore mantiene la compressione valutando densità e mobilità, in attesa di un rilasciamento tissutale; tale rilascio determinerà la fine della tecnica

La terza tecnica utilizzata nell’approccio osteopatico e una tecnica cranio-sacrale.

La tecnica scelta, ai fini della ricerca, è la tecnica Wagon-Tongue che ha come finalità il riequilibrio e il rilancio della mobilità della linea centrale delle ossa e della linea mediana della faccia.

Casi di studio

Per dare il giusto contributo statistico alla ricerca i test sono stati applicati su un campione di 150 persone di età compresa dai 18 ai 50 anni. I gruppi sono stati suddivisi, in egual misura, in due popolazioni: tra i 18 ed i 30 e tra 31 ai 50 anni. Questa scelta è stata dettata dalla volontà di paragonare persone in due fasi differenti del loro sviluppo. Fino ai 30 anni, infatti, un individuo non ha ancora compiuto il pieno sviluppo corporeo e ormonale. Ognuno dei candidati ha eseguito esclusivamente tre tecniche di stretching o di mobilità articolare oppure di osteopatia.

Oggetti di analisi

Dopo aver passato in rassegna, ed aver così analizzato, tutti i presupposti di questa sperimentazione, risulta necessario porre l’accento su cosa è stato fisicamente preso in esame. Lo scopo che governa questa tesi è quello di paragonare quanto un corpo sia capace di migliorare la sua flessibilità tramite l’applicazione di input capaci di scatenarne un adattamento. Mediante il test di flessione è stato possibile dare un volto oggettivo a quest’adattamento. Per questa ricerca si è scelto di misurare l’immediato effetto delle tre pratiche. Sarebbe molto interessante in futuro valutare gli effetti dopo un ragionevole lasso di tempo, per saggiarne il mantenimento. Un altro aspetto analizzato è stato l’indice legato al dolore percepito. Dopo aver concluso una delle tre pratiche, è stato richiesto ai candidati di oggettivare, mediante la scala di Vas, la sensazione di dolore. Quest’ulteriore dato ha lo scopo di creare un nesso tra la sensazione nocicettiva ed i risultati rilevati. Le evidenze ottenute sono un ottimo spunto di riflessione. Esse hanno lo scopo di porre l’accento su 41 quanto un corpo, sottoposto ad un input dolorifico, sia in grado di registrare o meno un adattamento funzionale e sistemico. I dati ottenuti saranno meglio esplicati nei capitoli successivi.

Analisi dei dati

Risulta essere interessante la valutazione dell’impatto dei test sulle differenti categorie di età. Considerato la presenza o assenza di miglioramento nell’allungamento pre/post-test si evince quanto segue. Presa in esame la popolazione 18-30 lo stretching genera un miglioramento nel 92% dei casi mentre considerata la popolazione 31-50 lo stretching genera un miglioramento nel 68% dei casi e peggioramento nel rimanente 32%. (come da Grafico 1)

mig stretch

grafico 1

Presa in esame la tecnica osteopatica il miglioramento è indipendente dalla popolazione di età considerata ed è presente nel 96% dei casi. (come da Grafico 2)

mig osteo

grafico 2

 

Anche per la mobilità il miglioramento è indipendente dalla popolazione di età considerata ed è presente nel 96% dei casi. (come da Grafico 3)

mig mob

grafico 3

 

In termini percentuali si può esprimere il miglioramento medio per test e per categoria di età. (come da Grafico 4)

mig %

grafico 4

 

Nella categoria 31-50 è inoltre evidente un miglioramento percentuale sul singolo individuo più basso dello stretching rispetto alle altre due. La valutazione dell’indice di VAS è la seguente. (come da Grafico 5 e Tabella 3)

vas

grafico 5

La percezione del dolore è strettamente dipendente dal test effettuato ma non è dipendente dall’età dell’individuo (come da Tabella 4).

tab vAs

In ultimo non è presente una correlazione tra miglioramento/peggioramento e indice di VAS, come riportato nel Grafico 6. Il seguente grafico mostra il miglioramento percentuale di ogni singolo individuo paragonato all’indice di VAS registrato.

graf 7

Il trattato fin ora presentato ha portato alla luce diversi spunti di riflessione. Un’evidenza riscontrata è legata alle casistiche di peggioramento del secondo test, rispetto alla prima misurazione. Valutando tutti i dati raccolti, in soli due casi sia l’osteopatia che la mobilitá hanno peggiorato il grado di flessione. Per quanto riguarda lo stretching i casi che vedono risultati negativi sono numerosi. Si suppone che ciò sia dovuto alla natura nocicettiva dell’input. Esso porta le strutture muscolari e l’organo tendineo del Golgi, verso una condizione di difesa allo stress subito. Questo comporta un accorciamento delle strutture. I benefici dello stretching si presentano dopo una lunga e costante ripetizione del movimento. Il corpo umano fuggirà da uno stimolo dolorifico ma, piegando la struttura alla volontà, si troverà costretto a compiere degli adattamenti. L’interrogativo che sorge spontaneo porsi adesso è: “il metodo più diffuso al mondo per un aumento della capacità elastica del corpo, lo stretching, è davvero così efficace?” Valutando il risultato percentuale, nel 96% dei casi con le tecniche osteopatiche e quelle legate alla mobilità si è generato un miglioramento. Questo risulta essere maggiore nel range di popolazione di età compresa tra i 31-50 anni. Nello stretching il miglioramento è mediamente più basso, soprattutto se si prende in considerazione la popolazione sopra 31 anni. I risultati nulli registrati dall’osteopatia e dalla mobilità sono dovuti alla spersonalizzazione delle tecniche. Queste scuole, infatti, non seguono strutture protocollari. Esse considerano ogni sistema corporeo come un’entità a sé stante; ogni persona deve quindi essere considerata e valutata in funzione del suo vissuto e la sua fisiologia. Queste pratiche di norma intervengono lavorando le aree ed i distretti ritenuti deficitari o che implichino una qualunque forma di restrizione di movimento in funzione del deficit percepito. La ricerca dell’omeostasi è l’unico fine di queste due filosofie di intervento. Si è scelto di adottare uno standard di trattamento, esclusivamente per un’oggettivazione statistica. Potrebbe essere interessante analizzare il risultato di un trattamento osteopatico o di un intervento di mobilizzazione articolare fatto seguendo i principi delle scuole di appartenenza. Un’ulteriore analisi pone l’accento sull’importanza della scala di dolore percepito. Valutando l’indice di VAS si osserva come allo stretching corrisponda un valore maggiore, mentre non vi sia una differenza sostanziale tra età. L’indice di VAS non trova corrispondenza con il miglioramento percentuale pre/post-test. Tuttavia è evidente che allo stretching (tecnica con la quale si sono registrati risultati inferiori sul delta delle flessioni) siano abbinate valutazioni dolorifiche nettamente più alte. Come sopra osservato, questo dato risulta essere imperante, più che per la sua relazione con i risultati positivi, per i casi di non miglioramento. Il dato sopra analizzato ha lo scopo di portare alla luce quanto l’indice di VAS debba cominciare ad essere preso in analisi ogni qual volta un operatore si trovi di fronte alla necessità di applicare tecniche che che coinvolgono il sistema nervoso centrale. Forse il detto comune ‘se fa male fa bene’ dovrebbe essere riconsiderato alla luce di questa tesi.

[tratto da un lavoro del Dott. Elia Virga, n.d.r]

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Stefano Ninci

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