Il piede umano: un meraviglioso esempio di bioingegneria

Quando si parla di piedi si sentono sempre usare accezioni negative in riferimento ad essi. Ho i piedi “piatti”, ho i piedi “storti”, cammina con i piedi a “papera” etc…

Da questa visione traspare il messaggio che i piedi abbiano in se un qualcosa di sbagliato. Se si pensa a cosa tendiamo a coprire più spesso nel nostro corpo è facile vedere come i piedi siano in cima alla lista.

Sono disponibili sul mercato milioni di calzature, sportive e non, e molte di esse sono costruite senza rispettare il bisogno necessario del piede di muoversi. Si cerca di nascondere, limitare qualcosa che ha in se enormi potenzialità in fatto di movimento, performance e prevenzione degli infortuni. Chi si occupa di movimento non può non tener conto di quanto il piede influisca in modo decisivo sulla qualità globale dei nostri movimenti essendo il primo contatto che abbiamo con il terreno in ogni singolo istante della nostra vita.

La realtà è che il piede umano è un meraviglioso esempio di bioingegneria che ognuno di noi può toccare con mano.

Ogni piede conta 33 articolazioni e 26 ossa ed un gran numero di muscoli che si attaccano ad esse. Con un totale di 66 articolazioni in movimento ad ogni passo è facile capire come una problematica a questo livello possa ripercuotersi in zone apparentemente non connesse con il piede.

Quando siamo in stazione eretta il piede è come un tripode, idealmente il nostro peso dovrebbe essere distribuito equamente su tre punti di contatto: tallone, primo dito e quinto dito.

In questa posizione il nostro piede sarà neutro, pronato o supinato in base alla relazione tra questi tre punti e la distribuzione delle masse su di essi avrà un’influenza decisiva sull’assetto globale di una persona.

Com’è possibile che una minima differenza tra un piede e l’altro abbia ripercussioni globali sulla postura? Per rispondere a questa domanda è necessario introdurre sulla scena un componente essenziale del puzzle: l’astragalo. Il piede si divide in tre parti, retropiede, avampiede e mesopiede ma per questioni di semplicità faremo riferimento solo ai primi due.

Il retropiede è formato da due ossa, l’astragalo ed il calcagno, ed è la parte del piede che per prima tocca il suolo durante il passo (Fig.1).

Retro Piede

L’astragalo si trova in posizione superiore rispetto al calcagno dove si collega con tibia e perone, rappresentando di fatto il collegamento tra piede e parte superiore del corpo. Per capire meglio questo rapporto è utile immaginare l’astragalo come una testa che indossa delle cuffie, essendo le cuffie i due malleoli.

Se la testa ruota verso destra le cuffie seguiranno il movimento ruotando anch’esse verso destra viceversa una rotazione verso sinistra sarà accompagnata da un movimento identico della tibia. Questo movimento dell’astragalo, come vedete, detta il movimento dei malleoli e di conseguenza di tutte le strutture a monte.

Nel caso in cui la parte anteriore dell’astragalo ruoti medialmente ci troveremo davanti ad un piede in pronazione e, di conseguenza, ad una rotazione mediale della tibia, del ginocchio e del femore.  In un certo senso l’astragalo si comporta come l’“autista” della macchina, se gira a destra la macchina seguirà i sui comandi in qualunque situazione.

Le linee guida identificano un range di rotazione dell’articolazione talo-calcaneare di 0-16°. Nonostante questo range sia considerato normale, alla luce di quello detto in precedenza, è facile capire come una differenze anche di pochi gradi tra un piede e l’altro possa provocare un cambiamento dell’assetto globale del corpo.  Un piede che presenta 5° e l’altro 16° di rotazione sull’asse trasversale, nonostante rientrino entrambi nel range definito “normale, avranno un impatto rotazionale ben evidente su tutto il corpo.

Il movimento di pronazione è a carico dell’articolazione astragalo-calcaneare ma la sua ampiezza dipende dal rapporto con l’avampiede. Infatti, più tempo impiega il primo dito del piede a toccare il terreno, maggiore sarà la pronazione del piede. Un avampiede varo porterà sempre ad un piede che pronerà in maniera eccessiva durante il passo; viceversa un avampiede valgo diminuirà il tempo di contatto del primo dito con il suolo causando un’eccessiva supinazione del piede (Fig.2).

Piede2

Entrambi questi scenari, molto diffusi nella stragrande maggioranza della popolazione, impediscono al piede di lavorare in maniera efficace producendo uno stato di caos in tutto il sistema. Un piede eccessivamente pronato, infatti, al momento dell’impatto al suolo sarà incapace di “deformarsi” e di andare a caricare eccentricamente quelle strutture muscolari necessarie alla nostra propulsione.

Avete mai notato camminando per la strada quante persone ruotino esternamente i piedi durante il cammino? Si tratta forse di un caso? Ovviamente no.

Si tratta di uno stratagemma che il nostro corpo attua per avere nuovamente accesso alla pronazione. Ruotando i piedi all’esterno andiamo ad influenzare il grado di varismo dell’avampiede, riducendolo. Al contrario un piede supinato sarà un piede poco mobile, caratterizzato da muscoli corti e rigidi ed incapace di adattarsi al terreno sottostante e di accedere alla pronazione. In entrambi gli scenari il corpo cercherà di adattarsi creando una serie di compensazioni nel tentativo di mantenere il massimo livello di funzionalità possibile. Se ragioniamo in questo modo è facile capire come in ogni momento della vita il nostro organismo sia sempre e comunque funzionale al 100%.

Questo 100% non sarà il grado massimo esprimibile in assoluto ma quello possibile in un determinato momento. È abitudine comune allenare i muscoli facendo riferimento principalmente alla fase concentrica. Partendo da una posizione neutra il muscolo si accorcia fino al suo limite massimo per poi tornare alla posizione iniziale. Il problema è che dal momento in cui appoggiamo i piedi a terra e iniziamo a muoverci i muscoli passano continuamento da una contrazione di tipo eccentrico ad una concentrica e la posizione neutra rappresenta solo un momento di passaggio. Quando il muscolo si trova nella posizione di massimo allungamento si verifica un momento in cui esso si contrae isometricamente prima di passare ad una nuova fase concentrica.

Questo momento dura all’incirca 0,01 secondi, meno di un battito di ciglia. Un muscolo, quindi, si contrae al massimo delle sue capacità solamente da una posizione di massimo allungamento. Durante il cammino l’appoggio del piede a terra scatena una serie di contrazioni muscolari che seguono tutte questa regola: i muscoli si allungano prima di contrarsi.

Prendiamo ad esempio i glutei e le loro funzioni primarie: estensione, rotazione esterna e abduzione. Facendo un giro in qualsiasi palestra fitness o in centri di recupero funzionale vedremo molte persone allenare i glutei solamente in fase concentrica non dando minimamente peso alla parte eccentrica. Se noi vogliamo attivare in maniera corretta questi muscoli dovremo partire da una posizione flessa, addotta ed intraruotata. Tornando al concetto di pronazione abbiamo visto come l’eversione e la rotazione interna dell’astragalo portino ad un’intrarotazione della tibia e di conseguenza del femore. Quest’ultimo, inoltre, sarà caratterizzato da una flessione anteriore ed una adduzione rispecchiando esattamente la posizione ideale dalla quale il gluteo può esprimere tutta la sua forza. Durante la pronazione i glutei si contraggono eccentricamente prima di poter sviluppare forza come estensori: l’estensione dell’anca è interamente dipendente dalla pronazione del piede.

La capacità di pronare il piede fa si che riusciamo ad adattarci al terreno sottostante e permette ai muscoli di prepararsi per la propulsione. Purtroppo i media e la società han fatto passare il messaggio che la pronazione sia qualcosa di negativo, da evitare. Molte persone che presentano piedi proni vengono indirizzate verso l’utilizzo di plantari anti-pronazione nel tentativo di bloccare qualcosa che in realtà ha solo bisogno di sperimentare una libertà di movimento maggiore.

Limitando il movimento del piede, infatti, si crea una cascata di compensi a livello di tutta la catena cinetica che porterà inevitabilmente a problematiche anche in zone distanti del corpo (schiena, ginocchio etc). Difficilmente agendo su un distretto come la spalla si riuscirà ad influenzare il piede ma sicuramente agendo sul piede sarà possibile creare modificazioni nel resto del corpo. Senza pronazione non può esserci una supinazione adeguata e di conseguenza una propulsione efficiente.

Durante la supinazione il piede da adattatore mobile diventa una leva rigida sfruttando la contrazione concentrica di tutti quei muscoli caricati eccentricamente nella fase precedente. È chiaro ora che se vogliamo migliorare la supinazione del piede dobbiamo giocoforza focalizzarci su una buona ed efficiente pronazione, essendo due lati della stessa medaglia. In questo modo sarà possibile aumentare in maniera sensibile l’efficienza globale dei nostri movimenti, impiegando meno energia e sovraccaricando in misura minore le strutture muscolo-scheletriche.

Ogni piede possiede queste capacità fin dalla nascita e, nonostante questo, le abitudini e i modi di vivere odierni non fanno altro che mortificare e svilire tutte queste potenzialità. Fin da bambini siamo stati abituati ad indossare scarpe per proteggerci da possibili pericoli ed inconvenienti impedendo, in questo modo, uno sviluppo armonioso e completo della consapevolezza corporea. Le informazioni che provengono dalla periferia, infatti, sono essenziali nel creare una mappa corporea dettagliata e funzionale che ci permetta di muoverci efficacemente in ogni situazione.

Queste informazioni provengono da una miriade di sensori presenti sulla pianta del piede che ad ogni istante ci informano della natura e delle condizioni del terreno su cui ci stiamo muovendo. L’utilizzo sistematico di calzature protettive, rigide e scarsamente funzionali impoverisce sensibilmente la qualità dei segnali che dalla periferia giungono al cervello. Fondamentale risulta, quindi, ristabilire una giusta “connessione” tra il nostro corpo e il terreno su cui ci muoviamo attraverso esperienze di movimento e allenamento barefoot.

Attraverso semplici esercizi, infatti, è possibile restituire funzionalità al piede e riassaporare il gusto di muoversi in libertà e in pieno controllo del proprio corpo.

Dott. Gianluca Giorgi

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